DOCUMENTO SULL’UNIVERSITA’……ovvero cerchiamo di capire qualcosa di questo “sistema formativo”

UNIVERSITÀ ITALIANA, STRATEGIA EUROPEA
strategia, processo, riforma… è questo il problema!

Sono anni ormai che vediamo susseguirsi un continuo di riforme, dalla Zecchino-Berlinguer alla Gelmini, tutte aventi lo stesso indirizzo, tutte proposte di applicazione di un’unica strategia europea. Facciamo riferimento al processo di Bologna, risalente al 1999 (preceduto dalla dichiarazione della Sorbona ’98) e alla strategia di Lisbona, formulata nel 2000 con applicazione decennale (tant’è che l’anno scorso è stata formulata la nuova strategia 2010-2020). il processo di Bologna prende, rielabora e impone il sistema dei crediti e la suddivisione degli anni di formazione in due cicli, questo attraverso l’elaborazione di concetti come mobilità, flessibilità di cui parleremo poi. La strategia di Lisbona, che si inquadra in un contesto ben più ampio, fa riferimento alla così detta “Europa della conoscenza”, sottolineando come centrale il ruolo della formazione all’interno del sistema economico. L’università diventa un polo centrale di applicazione delle strategie economiche della realtà europea.
Entriamo nel merito degli argomenti.

Cos’è il cfu, in che modo il concetto di mobilità gli si affianca? Cosa implicano il sistema del 3+2 e la formazione permanente? In particolare la riforma gelmini in che modo ha dato il via all’entrata di personalità esterne all’interno dell’università?

Un cfu equivale a 25 ore di studio… è alla base di un sistema di misurazione quantitativa che calcola scientificamente le ore di “lavoro” che devono essere impiegate nello studio; questo senza tener conto delle più svariate esigenze e necessità che lo studente vive, da quelle più impellenti, come il dover lavorare per mantenersi agli studi, alla possibilità comunque sia di gestire il proprio tempo e impiegarlo nel modo che si ritiene più opportuno. Lo studente entra in un meccanismo di produttività dove il famoso assunto segui-studia-fai l’esame trova la sua realizzazione. Per quanto riguarda la spendibilità del cfu a livello europeo, questo rientra nel concetto di mobilità. Il cfu permetterebbe di avere riconoscimenti esteri delle competenza acquisite nel proprio paese. questo oltre a non essere mai stato realmente applicato pone una questione… a chi e perché fa comodo avere una forza lavoro con competenze volutamente standardizzate e non realmente specializzate? Di certo non allo studente che dovrà adattare la propria formazione e il proprio lavoro ad un principio di flessibilità che giova solo ed esclusivamente al profitto delle varie imprese, che grazie all’applicazione delle strategie europee trovano terreno sempre più fertile all’interno dell’università.
Il sistema del 3+2 (triennale+”specialistica”) si inserisce perfettamente nel discorso che stiamo sviluppando. La triennale dichiaratamente, la specialistica un po’ meno non portano lo studente ad aver compiuto un percorso formativo che lo abbia portato ad una reale specializzazione: a questo ci penseranno i vari master, stage, corsi di formazione, tutti rigorosamente a pagamento. Qui bisogna soffermarsi su un’analisi che si evince da questo meccanismo. La sistematizzazione del sistema formativo universitario appone inevitabilmente un elemento di selezione di classe, laddove il sistema formativo garantisce solo sfruttamento per chi non potrà addurre al proprio percorso un’ennesima “qualifica” garantita da migliaia di euro. Seppur ti laurei, con tutte le difficoltà del caso, o sganci un patrimonio o se non ce l’hai ti aspettano ricattabilità e precarietà. Questo ci riporta a parlare di “formazione permanente” (long life learning), meccanismo entro il quale una volta entrati non si esce più… le qualifiche vanno continuamente aggiornate ed è giusto che tu sia sempre al passo con i tempi!
Negli ultimi anni, soprattutto grazie alla riforma gelmini, l’applicazione di questi processi è stata facilitata dal diretto coinvolgimento di personalità esterne all’interno degli organi decisionali, senato accademico e in particolare cda, che assume un ruolo sempre più centrale, essendo l’organismo che gestisce l’aspetto più direttamente economico.

Aziende e privati nell’università? No grazie!

Quando il padrone ci mette lo zampino..sfruttamenteo e precarietà!

“La Conferenza dei Rettori italiana ha firmato, nel mese di luglio 1993, un Protocollo d’Intesa con la Confindustria con l’obiettivo di fornire un quadro di riferimento e di sviluppare ulteriormente la cooperazione tra Università e mondo imprenditoriale[...]Il Protocollo mette in risalto, in particolare: la necessità d’individuare forme di raccordo e programmazione stabili tra Università e Industria a livello centrale, regionale, locale e/o settoriale;[...] Altri ambiti riguardano l’orientamento degli studenti e gli stages formativi in azienda.[...] In questo ambito Confindustria e Conferenza dei Rettori sottolineano la necessità d’investire maggiori risorse, sia da parte pubblica che da parte privata [...]”
(Protocollo d’intesa tra Conferenza dei Rettori e Confindustria Luglio 1993)

questo estratto fa emergere un dato ineluttabile, il progressivo consolidamento fra università e azienda, ma non chiarendo né specificando cosa questo legame comporti, né a chi giovi, né chi danneggi. Ci proviamo noi… individuato il sistema formativo come ambito di applicazione di strategie economiche europee, l’università diventa per l’azienda quel canale ideale attraverso il quale, con un potenziale immenso di forza lavoro, estrarre profitto praticamente a costo zero; scaricando i costi di formazione sull’università.
Le aziende entrano quindi nell’università, siedono nel CdA e prendono decisioni nel loro interesse. Accade già da qualche anno nel nostro ateneo come prevedeva il comma 1 dell’articolo 17 dello statuto, nel resto d’Italia con le modifiche del ddl gelmini (Il d.d.l. S.1905 – controllate), ed in ultimo il 18 ottobre 2011 la Federico II modifica nuovamente lo statuto favorendo l’ingresso dei privati nei consigli. Ed è cosi che stage, tirocini e tutto il mondo della ricerca è totalmente asservito alle logiche di profitto aziendali.

L’università è nostra!
scetammec uagliù

Quando parliamo di un momento di rottura dall’attuale sistema universitario, facciamo riferimento all’apertura di spazi e recupero di tempi che siano sottratti alle logiche produttivistiche dell’attuale sistema formativo.
Un tentativo di riappropriazione di un tempo e di uno spazio che siano slegati da questa logica di accumulazione e di mercificazione; un primo passo sono anche quelle battaglie che sembrano vertenziali, come l’aumento del numero delle sessioni di esami, ma che in realtà sono un concreto tentativo di miglioramento del nostro modo di studiare, e anche un primo modo per provare a dilatare quei ritmi e quei tempi che l’università così com’è ci impone.
Sono 10 anni che alcuni settori del movimento studentesco propongono un metodo di “lotta” chiamato auto-formazione. Questo metodo consiste nel dar vita a spazi didattici autogestiti che vivono di momenti di dibattito e di “didattica alternativa” riconosciuti però poi dall’ateneo con l’assegnazione di crediti formativi. Riteniamo questa pratica una contraddizione assoluta; se consideriamo il credito lo strumento nelle mani dell’università di mercificare il nostro essere e il nostro tempo, non possiamo proporre momenti di lotta poi riconosciuti e inquadrati all’interno di quella stessa logica, che va rifiutata.

Per noi l’impostazione data al sistema universitario non può essere riformata dal di dentro attraverso l’utilizzo dei suoi stessi strumenti; è un’impostazione che va scardinata. Gli studenti devono poter ripensare e proporre un’alternativa reale: aprendo, ad esempio, luoghi di confronto e laboratori politici, come le aule occupate veri e propri arsenali di idee e non di armi,come detto provocatoriamente da qualcuno, spazi entro cui i tempi permettono di poter sviluppare dibattiti e discussioni su tutto ciò che ci riguarda e non solo riguardo l’università.
Riappropriamoci dei nostri diritti e del nostro futuro, il momento è ora!

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