NO TAV!
Nonostante l’impossibilità di poter essere a fianco dei compagni della NoTav, esprimiamo la nostra massima solidarietà a tutti coloro che in queste settimane hanno fatto vivere la Libera Repubblica della Maddalena. Abbiamo avuto modo di tenerci costantemente in contatto con chi ha messo in campo una fortissima resistenza contro l’ennesimo attacco ai nostri territori; abbiamo tentato di far girare quante più informazioni possibili su ciò che succedeva in Val Clarea.
I compagni sapevano che prima o poi questo momento sarebbe arrivato. Lo sapevano ed hanno messo in campo una resistenza collettiva che per settimane ha creato enormi difficoltà alla gestione da parte delle forze dell’ordine, ed ha rappresentato per tutti un esempio che si dovrebbe prendere come consiglio e tramutarlo in pratica quotidiana nella realtà in cui viviamo. La forza di questa resistenza è stata data anche e soprattutto dalla volontà del popolo valsusino di mettersi in gioco, di difendere un territorio che per loro è una casa, oltre che risorsa necessaria per poter continuare a vivere. La Repubblica della Maddalena, come quella di Venaus, ha rappresentato uno spartiacque fra la volontà di coloro che mirano a distruggere una terra per puri fini speculativi, e la volontà di chi realmente vive quei territori e che subirebbe le reali conseguenze di questa devastazione.
Non vogliamo limitarci ad esprimere solidarietà a coloro che quotidianamente subiscono la repressione, vogliamo che queste poche righe siano un appello per tutti i movimenti sociali limitrofi e non, per tutti coloro che hanno la possibilità di raggiungere i compagni della NoTav, di mantenere costante i presidi, le liberazioni dei territori; tutti, però, dobbiamo essere capaci di mettere in campo momenti di conflitto che non rendano isolate le lotte, qualsiasi esse siano. I compagni della NoTav, i compagni di Firenze, i compagni di Padova, tutti coloro che ora si ritrovano in carcere o che hanno addosso procedimenti penali, tutti i compagni, non sono soli. Ricongiungiamo il filo che unisce le lotte dal Nord al Sud d’Italia e in tutta l’Europa, non è più il momento di mettere in campo rivendicazioni particolaristiche rispetto ai territori in cui si vive. Mai come in questi anni c’è la necessità di riempire le strade e le piazze di momenti di conflittualità.Nonostante l’impossibilità di poter essere a fianco dei compagni della NoTav, esprimiamo la nostra massima solidarietà a tutti coloro che in queste settimane hanno fatto vivere la Libera Repubblica della Maddalena. Abbiamo avuto modo di tenerci costantemente in contatto con chi ha messo in campo una fortissima resistenza contro l’ennesimo attacco ai nostri territori; abbiamo tentato di far girare quante più informazioni possibili su ciò che succedeva in Val Clarea.
I compagni sapevano che prima o poi questo momento sarebbe arrivato. Lo sapevano ed hanno messo in campo una resistenza collettiva che per settimane ha creato enormi difficoltà alla gestione da parte delle forze dell’ordine, ed ha rappresentato per tutti un esempio che si dovrebbe prendere come consiglio e tramutarlo in pratica quotidiana nella realtà in cui viviamo. La forza di questa resistenza è stata data anche e soprattutto dalla volontà del popolo valsusino di mettersi in gioco, di difendere un territorio che per loro è una casa, oltre che risorsa necessaria per poter continuare a vivere. La Repubblica della Maddalena, come quella di Venaus, ha rappresentato uno spartiacque fra la volontà di coloro che mirano a distruggere una terra per puri fini speculativi, e la volontà di chi realmente vive quei territori e che subirebbe le reali conseguenze di questa devastazione.
Non vogliamo limitarci ad esprimere solidarietà a coloro che quotidianamente subiscono la repressione, vogliamo che queste poche righe siano un appello per tutti i movimenti sociali limitrofi e non, per tutti coloro che hanno la possibilità di raggiungere i compagni della NoTav, di mantenere costante i presidi, le liberazioni dei territori; tutti, però, dobbiamo essere capaci di mettere in campo momenti di conflitto che non rendano isolate le lotte, qualsiasi esse siano. I compagni della NoTav, i compagni di Firenze, i compagni di Padova, tutti coloro che ora si ritrovano in carcere o che hanno addosso procedimenti penali, tutti i compagni, non sono soli. Ricongiungiamo il filo che unisce le lotte dal Nord al Sud d’Italia e in tutta l’Europa, non è più il momento di mettere in campo rivendicazioni particolaristiche rispetto ai territori in cui si vive. Mai come in questi anni c’è la necessità di riempire le strade e le piazze di momenti di conflittualità. Di una conflittualità che abbia un respiro nazionale e internazionale, di progetti che permettano l’espressione e la soluzione delle contraddizioni del sistema capitalistico. La Grecia è sempre più vicina. Ci hanno finora illuso che fosse distante anni luce; ci vogliono far credere che la Val di Susa sia lontana, cosi come vogliono far sembrare lontane le lotte di lavoratori, studenti e disoccupati. Il 14 dicembre, però, ha dimostrato che solo con l’unità di queste lotte è possibile rompere l’attacco che costantemente il capitale porta a danno di tutti noi. Quella valle e i cittadini della Libera Repubblica li portiamo costantemente nel cuore, traducendo la solidarietà in una pratica di resistenza metropolitana.
SIAMO TUTTI DELLA VAL DI SUSA!
OGNI SGOMBERO SARA’ UNA BARRICATA!

10-100-1000 OCCUPAZIONI……….GRANDE E’ IL DISORDINE SOTTO IL CIELO.
Con sommo ritardo pubblichiamo il documento politico di “chiusura” di un’esperienza di lotta che quest’anno ha coinvolto decine di studenti di tutto l’ateneo nell’occupazione di un cinema( cinema Astra a via mezzocannone) al centro della nostra città durante le feste natalizie. Vogliamo solo ribadire l’importanza e la necessità di sviluppare in maniera conflittuale percorsi alternativi ad uno status quo umiliante e degradante per tutti: vivendo spazi occupati, occupandone di nuovi, scendendo in piazza a gridare la rabbia degli studenti, dei lavoratori e dei precari, di tutti.
GRANDE E’ IL DISORDINE SOTTO IL CIELO
“Però, cercate di capirmi, non era un vezzo o una mania da poveracci che si illudevano per una sera di stare al pari dei ricchi … no, era qualcosa di molto più profondo, una sorta di identificazione tra vita e musica, si gioiva e soffriva assieme ai personaggi sul palcoscenico e ci si sentiva uniti da una passione comune […]”
Pino Cacucci, “Oltretorrente”
A Napoli le festività natalizie quest’anno sono state caratterizzate da qualcosa di anomalo: un cinema teatro, situato al centro della zona universitaria è stato occupato. Con la sua programmazione di eventi politici e culturali, il cinema occupato Astra è diventato un punto di riferimento e di convergenza dei percorsi di lotta della città, in un periodo, come quello natalizio, in cui si vorrebbero assopiti tutti quegli animi incandescenti risvegliatisi in questi mesi invernali.
Stavolta il palco è stato un laboratorio, un laboratorio politico, musicale, culturale all’interno del quale hanno partecipato una molteplicità di realtà che difficilmente hanno occasione di esprimersi. Ogni giorno c’è stata la possibilità per tutti di poter usufruire del grande schermo in forma totalmente gratuita; ogni giorno ci sono state iniziative politiche e culturali che l’hanno attraversata; ogni giorno c’è stata la possibilità di poter portare il proprio strumento musicale, di poter salire sul palco, di poter essere protagonista per una sera, portando alla luce e dando una boccata di ossigeno ad una generazione di musicisti di ogni tipo, soffocati da una società che li vuole asserviti ad un sistema economico che mercifica le produzioni artistiche. Si concretizza così la nostra concezione di cultura e di arte, intese come uno strumento di emancipazione e non come uno strumento “sacrale” estraneo alla realtà ed accessibile a pochi “eletti”; è chiara la tendenza a voler restringere l’accesso a tutto ciò che riguarda il mondo della cultura in tutte le sue forme, proprio perché si teme la nascita di una coscienza critica, che metta in discussione un sistema economico e sociale da tempo non più sostenibile. E’ per questo che ogni evento organizzato in questo cinema è stato totalmente gratuito, proprio perché crediamo fortemente che la cultura non sia appannaggio di chi se lo può permettere, ma deve essere anzi un diritto di tutti, accessibile a tutti.
C’è la necessità, dunque, di creare nuove occasioni in cui far emergere la complessità e le contraddizioni di questa società, riprendendosi i luoghi di cultura, i nostri luoghi di cultura, scendendo per le strade, nelle piazze, riappropriandosene.
Esiste sicuramente una linea di continuità tra la volontà di chi vuole marginalizzare e criminalizzare quella che è l’espressione di una cultura critica, lontana da logiche di profitto, e le continue minacce ricevute durante l’occupazione di questo cinema. Così come le manganellate ricevute al S. Carlo e al Museo non ci hanno fatto indietreggiare, non ci fermeranno le solite vecchie pratiche intimidatorie di chi ha paura di questa nuova coscienza e della prassi che da essa deriva.
Dal punto di vista più politico, l’occupazione deve necessariamente essere considerata in seguito a due importanti passi per il movimento a Napoli: l’occupazione della Facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II, e la forza espressa a Roma da una popolazione ormai stremata dalla crisi e dal controllo repressivo. Ciò che è successo a Roma ci ha necessariamente messi di fronte al fatto che non esiste lotta a sé stante, non un percorso isolato, non contestualizzabile in un ragionamento di più ampio respiro: una mobilitazione studentesca si è trasformata, almeno per un giorno, in una rivolta generalizzata che ha coinvolto tutti gli strati della società che più sentono il peso della crisi sulle spalle.
Abbiamo tentato di rompere le barriere fra le lotte uscendo dall’occupazione di un palazzo universitario che più non riusciva a contenere l’eterogeneità delle realtà in agitazione, cercando e trovando un altro luogo fisico in cui riversare tutte le idee, tutti i ragionamenti, tutta la determinazione espressa negli ultimi mesi.
Al di là della mobilitazione studentesca, il 2010 è stato sicuramente caratterizzato da lotte determinatissime: la popolazione di Terzigno ha dimostrato che ribellarsi è giusto, oltre che possibile; è stata proprio la determinazione di questa gente che ci dà il senso di una coscienza politica che lentamente, ma con forza, si diffonde nel Paese: l’attacco ai lavoratori che si è avuto a Pomigliano, Mirafiori, in tutti quei luoghi in cui il precariato fa da padrone, l’attacco alla sanità pubblica, al mondo dell’istruzione e della cultura, l’introduzione del reato di clandestinità, evidenziano la volontà di chiudere la partita con tutte quelle rivendicazioni che storicamente hanno caratterizzato i percorsi di emancipazione dei popoli in Europa.
E’ per questo che l’esperienza dell’Astra occupato vuole porre l’accento sulla necessità di una chiamata generalizzata in vista di uno sciopero generale che sia realmente il risultato di un’analisi e di una prassi condivisa in questi mesi, un momento chiave in cui poter scendere in piazza uniti e determinati per riprendersi il proprio diritto al lavoro, alla casa, allo studio, alla vita. Vuole essere dunque un invito agli operai, ai disoccupati, ai precari, agli artisti, agli immigrati, a tutti i comitati e le comunità in lotta,e non ultimi gli studenti a dimostrare nuovamente, come a Roma, che non lottiamo da soli.
Nonostante quest’occupazione sia stata per lo più partecipata da studenti, sembra quasi una contraddizione il fatto che non si sia parlato della riforma universitaria, del passaggio alla Camera e al Senato del DDL 1905; in realtà è la chiara dimostrazione del fatto che non è più il momento di analizzare una singola riforma, ma è il momento di mettere in pratica quello che è un altro modo di pensare il mondo della cultura, l’Università, la scuola, e in questo l’occupazione dell’Astra è riuscita.
Il percorso avviato ha dato questo senso di unità alla lotta: tutti per venti giorni hanno avuto la possibilità di incontrarsi e confrontarsi; fatto il primo passo ora tocca dare avvio ad un nuovo anno di conquiste.
Chiediamo a chi ha reso possibile questa occupazione, tramite la partecipazione attiva alle varie iniziative messe in campo, di non fermarsi, di continuare partendo dalla pratica quotidiana a costruire una critica ed un’alternativa all’esistente.
“Una rana dal fondo del pozzo crede che il cielo non sia più grande della bocca del pozzo”
Ringraziamo: il Prof. Pier Andrea Amato, il Prof. Adalgiso Amendola, il Prof. Antonello Petrillo, il Prof Nicola Russo, i lavoratori del MADRE in mobilitazione, la Shabadà Orchestra, i lavoratori dell’Irpinia, la compagnia teatrale “Terzo occhio dell’Asia” (Sri Lanka), K-conjog, i Neaphonis, il Marcello Giannini trio e tutti coloro che hanno partecipato alle varie jam sessions, gli E’ Zezi Gruppo operaio di Pomigliano, i compagni del Collettivo Militant (Roma), i Sisma Inverso, Franny and Zoey, i Macardio, il Prof. Giuseppe Ferraro, il Movimento in difesa del territorio Area Vesuviana, Collettivo Operatori sociali, Marzouk e i compagni tunisini, Marco Messina, Luca Persico, Jovine. Ringraziamo non per ultimi tutti coloro che in questi giorni ci hanno sostenuto durante l’occupazione.
CONTRO OGNI FORMA DI REVISIONISMO STORICO!!
Vogliamo qui riportare alcune riflessioni scritte dai compagni e fratelli di militant ( che hanno portato a Napoli testimonianza dei loro percorsi di lotta durante l’ iniziativa politica tenutasi a Lettere il 10 giugno) circa un assurdo commento dello “storico” Giovanni Belardelli sull’edizione online del “Corriere”,sicuri, come siamo, dell’uso scientifico del” revisionismo storico” nella sua accezione politica. Purtroppo anche i nostri testi universitari risentono di questo ” modello politico revisionista”. Non ci piace giudicare gli avvenimenti ( qualsivoglia tipo di avvenimento) in maniera aprioristica e acritica ; questa possibilità viene molto spesso preclusa a livello accademico dall’utilizzo di manuali frutto di vergognose ricostruzioni e demistificazioni a cui sono sottoposti una serie di eventi (basti pensare alla resistenza partigiana, alle foibe, al colonialismo italiano, alla nascita, allo sviluppo e alla caduta dell’ Urss) con l’intento di creare una memoria storica distorta che non tenga conto nè delle reali condizioni ( socio-economiche -epocali) in cui si sono sviluppate i fatti , nè dell’oggettivo svilupparsi dei fatti storici stessi.
da militant-blog.org
Anche oggi ci troviamo a commentare – nostro malgrado – le tracce dell’esame di maturità e, in particolare, il tema di argomento storico, che è sempre quello che suscita più dibattito. Quest’anno, però, la nostra attenzione non è stata catturata dal loro contenuto, quando da un assurdo commento dello “storico” Giovanni Belardelli sull’edizione online del “Corriere”.
Il contenuto della traccia, infatti, non è assolutamente deprecabile: al suo centro si trova l’interpretazione sul Novecento di Eric Hobsbawm, che è non solo uno dei più grandi storici viventi, ma soprattutto un marxista che non ha mai rinnegato niente. Una delle sue ultime opere è proprio una raccolta di saggi ed articoli scritti tra il 1956 e il 2009 e intitolata Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo. Dunque, laddove le tracce di maturità l’anno scorso contenevano una citazione di Mussolini e una traccia sugli Ufo (leggi), quest’anno si è richiesta una riflessione sull’interpretazione di un grande storico marxista.
Giovanni Belardelli – storico nostrano di quelli che vanno per la maggiore nei quotidiani che si sono fatti, negli ultimi 20 anni, portavoce del revisionismo storico – non riuscendo evidentemente a capacitarsi del fatto che Hobsbawm consideri, per le popolazioni dell’Europa orientale, dell’ex-Urss e dell’Africa una “catastrofe” la fine del mondo sovietico, nega, mistifica e stravolge le parole dello storico inglese (leggi). Il tutto su uno dei siti di informazione più letti in Italia.
Secondo Belardelli – nel suo commento surreale e costruito sul nulla – «porta del tutto fuori strada la definizione di “età di catastrofe” presente nella citazione del libro di Hobsbawm, soprattutto se ci si riferisce, come egli fa, alla ex Urss e alle ex «nazioni socialiste» dell’Est europeo: per quanto si vogliano sottolineare (a cominciare dalla Russia attuale) i problemi e le incertezze della transizione alla democrazia avvenuta in quei Paesi, è indubbio che per chi vi vive la situazione sia enormemente migliorata rispetto a quella precedente il 1989. Ma la responsabilità di aver impiegato una definizione inappropriata per il periodo che inizia con gli anni ’70 non è di Hosbawm ma del traduttore, come forse una più attenta lettura del testo da parte degli esperti ministeriali avrebbe potuto far supporre. Infatti nella versione originale (ma anche nel sommario dell’edizione italiana) gli ultimi decenni del secolo vengono definiti con il riferimento non a un’«età di catastrofe» (ripetendo dunque, inverosimilmente, l’espressione già usata per i trent’anni successivi al primo conflitto mondiale) bensì a una «frana» (The Landslide)».
Per Belardelli, dunque, non sarebbe possibile definire “una catastrofe” la fine del mondo sovietico: ma non giustifica ciò – come farebbe un qualsiasi storico – apportando dati e fatti. No, preferisce dire che neanche Hobsbawm lo affermi, adducendo a un inesistente errore di traduzione. La frase incriminata, come è riportata nella traccia della maturità e nell’edizione italiana è infatti questa: «L’ultima parte del secolo è stata una nuova epoca di decomposizione, di incertezza e di crisi – e addirittura, per larghe parti del mondo come l’Africa, l’ex URSS e le ex nazioni socialiste dell’Europa orientale, un’Età di catastrofe» (leggi). L’edizione inglese (e quindi originale) del saggio, a pagina 6, riporta esattamente la stessa frase: «The last part of the century was a new era of decomposition, uncertainty and crisis – and indeed, for large parts of the world such as Africa, the former U.S.S.R. and the formerly socialist parts of Europe, of catastrophe» (leggi). Dove sarebbe l’errore di tradizione (esclusa la testa di Belardelli)? Non è dato saperlo.
Ovviamente pensiamo che si possa essere (e noi lo siamo) o non essere d’accordo con l’interpretazione di Hobsbawm. Ma che non si possa negare a priori, come se fosse anche solo impossibile concepirla.
Il commento di Belardelli segna un vero e proprio passaggio di livello del revisionismo: da un uso politico della storia – in cui gli eventi vengono anestetizzati, decontestualizzati, falsificati – si passa ad un vero e proprio uso politico della storiografia, piegata ai fini della vulgata che il Potere vuole diffondere. Lo abbiamo scritto mille volte: la fine del comunismo in Urss – al di là del giudizio specifico sui singoli fatti – ha portato la conseguenza tragica della fine di un orizzonte politico alternativo al quello dato dal capitalismo e del neoliberismo. “Un altro mondo possibile” non può essere neanche immaginato: la “fine della storia” deve essere propagandata a tutti i livelli, l’immaginario creato da una realtà comunista eliminato.
Ed è per questo che Belardelli si affretta a negare il peggioramento effettivo delle condizioni di vita delle popolazioni dell’Europa orientale dopo il 1989. Peggioramento che non sta solo nelle teste di noi poveri “vetero” dipinti col colbacco in testa, ma anche in inchieste internazionali curate da istituti non certo comunisti. Il tutto riassunto in ottimi volumi come quello di Angelo D’Orsi, storico marxista che ha recentemente pubblicato il saggio 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio.
È inutile far notare a persone come Belardelli la diminuzione dell’aspettativa di vita in Russia (leggi), il crollo demografico dell’Europa orientale, la fine di quel sistema di sicurezza (casa, lavoro, pensioni, sanità, istruzione per tutti) che ha costretto milioni di persone ad emigrare ad occidente: il tutto dovuto alle politiche neo-liberiste introdotte nell’Europa dell’est e in Russia dopo il 1989-91. È inutile parlare dei sondaggi che indicano come il comunismo sia rimpianto in molti dei paesi dell’Europa orientale.
Ed è inutile perché contro la malafede e la disonestà intellettuale – ma anche contro un’ignoranza che si considera virtù – non ci sono dati che tengano, soprattutto nei casi – come questo – in cui esse superino anche quel senso del pudore che dovrebbe spingere un personaggio pubblico, docente universitario, a non fare figure tanto brutte. E, lasciatecelo dire senza temere errori di traduzione, la disonestà intellettuale e la malafede sono vere catastrofi.
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“Una rana dal fondo del pozzo crede che il cielo non sia più grande della bocca del pozzo”.
Basterebbero le immagini di una facoltà che, aperta di sera in un orario diverso da quello “accademico”, riesce a caratterizzarsi con tutti quei percorsi che nel corso di quest’anno hanno visto studenti e operai, precari e disoccupati, scendere in piazza, fianco a fianco a difesa dei propri diritti.Siamo partiti dalla riflessione circa l’importanza del voto referendario: sentiamo forte l’esigenza di fermare l’ennesimo tentativo di trasformazione di diritti come l’acqua pubblica in privilegi per pochi, di guadagno da parte dei padroni di turno tramite l’uso di forme di energia devastanti dal punto di vista dell’impatto ambientale come quella nucleare. Forte è l’avversione anche circa il legittimo impedimento: dobbiamo ribadire però la nostra totale mancanza di fiducia in una giustizia, che incrimina, isola, condanna e incarcera chi decide di lottare giorno per giorno. Abbiamo voluto che le mura e i corridoi del chiostro di lettere, parlassero di antifascismo e repressione, di referendum e università’, di lotte ambientali e di diritto alla mobilità, attraverso mostre, infopoint e videoproiezioni. Ringraziamo gli Shabadà Orchestra e I padrone e sotto per aver accompagnato con la loro musica l’iniziativa nel suo svolgimento e tutti i ragazzi di Delirio Creativo che hanno reso possibile lo spettacolo teatrale. Un ringraziamento va ai compagni romani di Militant e ai compagni foggiani del Filo Rosso che hanno portato a Lettere una testimonianza dei loro percorsi di lotta.
Vogliamo che questo sia solo l’inizio: riappropiarsi di uno spazio come quello universitario, vuol dire viverlo con coscienza, facendo in modo che diventi a sua volta il punto di partenza per le rivendicazioni di tutti noi.
CORTEO 18 GIUGNO A L’AQUILA CONTRO LA REPRESSIONE
Mobilitazione a L’Aquila e presidio davanti al carcere di Costarelle di Preturo (L’Aquila) in solidarietà ai compagni sotto processo!
Contro il carcere, l’articolo 41 bis e la differenziazione!
In sostegno ai prigionieri rivoluzionari e alle lotte di tutti i detenuti!
In solidarietà a chi porta avanti pratiche di resistenza nel territorio!
La crisi economica pesa ogni giorni di più sulle tasche della gente e gli scenari di guerra si allargano, anche sul fronte interno. Di fronte all’aumentare della repressione negli ultimi mesi, in cui numerosi compagni sono stati perquisiti, indagati e arrestati, rilanciamo con maggiore forza la partecipazione alla mobilitazione del 18 giugno, perché contro la repressione non si tace e si deve lottare fianco a fianco!
Non facciamo passare in silenzio le 22 condanne emesse dal tribunale di L’Aquila
Trasformiamo il processo alle lotte in un processo di lotta:
Torniamo con più forza a L’Aquila!
Mobilitiamoci tutti, uniamo le lotte!



