Dietro quelle barricate, in quei boschi, davanti a quelle recinzioni c’eravamo tutti! Al fianco degli arrestati!

Segue il testo del comunicato in solidarietà ai compagni colpiti dalla repressione per la resistenza in Val Susa:

Questa mattina, in tutta Italia, sono stati arrestati numerosi compagni che parteciparono alla battaglia del 3 luglio in Val di Susa, per difendere quei territori dalla speculazione e dalla barbarie del profitto.

L’attacco portato avanti stamattina è ancor più grave perchè prova a tagliare le gambe alla fitta rete di solidarietà che si è creata in Italia, colpendo compagni sia della Valle che del resto del paese, mirando così, come sempre più spesso accade, attraverso media e giornali ad etichettare chi ha partecipato alla lotta con la solita retorica del “black bloc infiltrato”, cercando così di attaccare un reale movimento di resistenza popolare. Dove non sono bastati i manganelli, i lacrimogeni e lo sporco ruolo di giornali, media e politici, subentrano in aiuto denunce e carcere. L’esperienza No Tav è stata ed è da esempio per chiunque decida di difendere la propria vita dall’attacco dei soprusi della logica del profitto, che sia nei confronti del proprio lavoro o del proprio territorio violentato da grandi opere, discariche o inceneritori.

Il movimento No Tav vive da più di vent’anni nonostante sia costantemente sotto attacco da parte dello Stato, un movimento che vede una reale partecipazione dal basso e che riesce a sperimentare nuove forme di conflitto senza scadere in velleità dimostrative da prima pagina.

La lotta in Val di Susa, i dibattiti e i ragionamenti che si portano avanti in maniera univoca da tutto il movimento, hanno ben riconosciuto le responsabilità di questo sistema economico nei confronti di leggi, decreti e manovre come il “Cresci Italia” o appunto la TAV, volte a difendere gli interessi di imprenditori e padroni, gettando nella disperazione la maggioranza della popolazione.

La nostra risposta è sempre la stessa: continueremo a lottare e resistere nei nostri territori, per una società senza devastazione e sfruttamento. La repressione non ci fermerà!

Solidarietà ai compagni arrestati, lottiamo uniti contro gli oppressori!

A SARA’ DURA!

LOLLONE E MAURIZIO LIBERI! LIBERI TUTTI!

ZETA Napoli

www.zetanapoli.org

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LO SPAZIO DI MASSA E’ OVUNQUE….OGNI SPAZIO VUOTO SARA’ OCCUPATO!!

Non ci stupisce che anche questa volta le istituzioni accademiche si siano dimostrate cieche destinando fondi nell’unico piano della facoltà che vive e discute di tutte quelle contraddizioni che ci investono e ci riguardano giorno per giorno.
Non ci stupiamo ma sopratutto non cederemo ad alcun ricatto…vivere l’università significa autogestire i propri posti arricchendoli di tutti quei percorsi che nascono da analisi condivise e discusse….
GUAI A CHI CI TOCCA!!!GIU’ LE MANI DALLO SPAZIO DI MASSA!!

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GIU LE MANI DAGLI SPAZI OCCUPATI!!!!

LO SPAZIO DI MASSA NON SI TOCCA!!
“MIRANO ALLE NOSTRE GAMBE QUANDO ABBIAMO GIA’ IMPARATO A VOLARE !”

Guardandoci attorno, all’interno delle nostra facoltà, sempre più spesso ci
rendiamo conto di come, a fronte di una generale concezione dell’università come
luogo di conoscenza, confronto, condivisione dei saperi e di elaborazione di una
coscienza critica, la realtà sia quella di università ridotte a poco più di semplici
“esamifici” in piena sintonia con l’imperante logica aziendalistica e di classe del
“segui-studia-fai l’esame” che pochi studenti possono permettersi di seguire.
Da questo stato di cose sorge la necessità e l’esigenza di creare e riappropriarsi di
spazi che siano realmente degli studenti nei quali sviluppare analisi critiche
dell’attuale società e del conseguente sistema formativo-universitario e, al
contempo, sperimentare e mettere in pratica concrete forme di autogestione e
autorganizzazione che siano funzionali alla realizzazione di un’università
realmente alternativa.
Tali esigenze di confronto e sperimentazione hanno trovato e trovano
costantemente la propria realizzazione all’interno dello Spazio di Massa Occupato,
prima luogo inutilizzato come tanti altri nelle facoltà e oggi uno spazio degli
studenti.
3 anni di lotte studentesche hanno dato vita a percorsi di riappropriazione che
propongono dal basso un modello diverso di università sviluppando un lavoro
politico e sociale che ha portato alla creazione di una Palestra e di un Teatro
popolare autogestito, di una regia per Radio di Massa, voce delle lotte
studentesche e non solo, e che ha dato la possibilità agli studenti di uscire al di
fuori della logiche del sistema formativo italiano, affiancando allo studio
accademico la condivisione dei saperi, il confronto critico, la sperimentazione e la
partecipazione politica attiva.
A conti fatti lo Spazio di Massa è l’unico luogo che abbia realmente tentato di dare
una risposta alle esigenze degli studenti di questa Facoltà, in un periodo di crisi
per l’Università pubblica, affacciandosi anche alla realtà metropolitana, aprendosi
alla collaborazione con compagnie teatrali, workshop di arti di strada e con tutti gli
studenti interessati ad esprimersi ed a portare una voce di critica reale all’attuale
sistema economico. Insomma una università diversa, aperta alla città e
accessibile a tutti che ha vissuto anche di diversi momenti di apertura serale per
permettere anche agli studenti lavoratori di vivere l’università
Nonostante lo Spazio di Massa Occupato rappresenti una realtà attiva e
riconosciuta, tanto sul piano universitario quanto su quello cittadino, si trova
oggi ad affrontare l’ennesimo attacco delle istituzioni universitarie, un attacco
che, diversamente da quelli che lo hanno preceduto, viene oggi celato dietro la
falsa e pretestuosa retorica della “riqualificazione”!
Dovendosi trovare a gestire un finanziamento europeo di circa 600.000 euro,
destinato alla “Ristrutturazione” e alla “Riqualificazione” di alcune aree della
Facoltà, indovinate un po’ quale geniale destinazione è stata individuata dalle
illuminate istituzioni accademiche ? Lo Spazio di Massa Occupato,
naturalmente.
Le istituzioni non avendo mai denunciato alle autorità “competenti”
l’occupazione dello Spazio di Massa hanno lasciato aperta la porta ad eventuali
appalti e quindi finanziamenti per riqualificare un luogo che di certo non
necessita di alcuna riqualificazione.
Questo risulta quindi essere un palese e subdolo attacco agli studenti e al
lavoro politico portato avanti da quest’ultimi nello Spazio di Massa Occupato,
tanto più che sono innumerevoli le aule e gli spazi in stato di assoluto
abbandono e degrado, talvolta resi addirittura inaccessibili agli studenti da grate,
cancelli e sbarre!
Oggi, come sempre, non indietreggeremo davanti ai ricatti ed alle intimidazioni
istituzionali ! Giù le mani dagli spazi degli studenti, Giù le mani dallo Spazio di
Massa. Ora più che mai!
Università agli studenti!
GIÙ LE MANI DALLO SPAZIO!

STUDENTI FEDERICO II
Radio Di Massa
www.studentifedericosecondo.org
www.radiodimassa.tk

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ASSEMBLEA DI FACOLTA SUGLI APPELLI. MERCOLEDI ORE 13 AULA PIOVANI

Quando a parlare sono i fatti…

Non è di noi stessi che dobbiamo compiacerci, bensì di un percorso che, al di là delle strumentalizzazioni dei vari rappresentanti di turno, inizia a dare i suoi frutti!|

La mobilitazione per gli appelli va avanti ed ora più che mai è necessario proseguire in un percorso che, seppur parziale, rappresenta un primo piccolo passo verso la riappropriazione di noi stessi, dei nostri spazi, dei nostri tempi: dei tempi di chi è costretto ogni giorno a lavorare per pagarsi tasse universitarie ed un affitto (RIGOROSAMENTE A NERO) diventati ormai impossibili da sostenere!

Siamo consapevoli che la conquista di più appelli rappresenta una goccia nell’oceano e che è sempre più pressante l’esigenza di allargare il ragionamento al fine di individuare e colpire le molteplici contraddizioni che governano un sistema formativo che da un lato strizza l’occhio ai privilegiati e dall’altro taglia le gambe a chi privilegi non ne a mai avuti (per non parlare dei diritti più basilari).

Ci giunge notizia della formazione di una commissione che prenderà in esame le varie proposte in riferimento al riordino della didattica al fine di dilatare i tempi concedendo più appelli. Se da un lato possiamo prenderci il merito di aver posto la questione attraverso un percorso di lotta dall’altro non possiamo certo fermarci qui!

Riteniamo poi che il riordino della didattica sia questione da discutere necessariamente con l’intera componente studentesca e che quindi una discussione così importante non possa assolutamente delegarsi a qualche rappresentante e qualche barone!

E’ per questo che il nostro percorso continua a dispetto di organi, forma e formalità nelle quali vorrebbero imbrigliarci.

Che la commissione sia pubblica, e che si limiti ad organizzare tecnicamente una necessità ormai acclarata! Basta discussioni nel merito! Chi vive le contraddizioni di quest’infame sistema formativo s’è già espresso: vogliamo più appelli! E ce li prenderemo!

Mercoledi ore 13 AULA PIOVANI. Facoltà di lettere e filosofia via porta di massa.

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Per il ripristino delle sessioni straordinarie DOCUMENTO APPELLI

Ecco il documento in formato .pdf

PER IL RIPRISTINO DELLE SESSIONI

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Appelli: la lotta è appena iniziata

Giovedì 24 novembre, gli studenti di lettere e filosofia dell’assemblea permanente per gli appelli, hanno fatto irruzione al consiglio di facoltà che si teneva quel giorno alle 15, per presentare il documento prodotto dall’assemblea, che avanza la proposta chiara del ripristino delle sessioni straordinarie di aprile e novembre per il nuovissimo ordinamento.
Il documento contiene i risultati dell’inchiesta sui tempi distribuita in questi mesi agli studenti, presenta una proposta tecnica attuabile materialmente in tempi brevi e riassume il ragionamento sviluppato nelle assemblee settimanali per gli appelli sulla questione dei tempi della didattica soprattutto in relazione alle condizioni degli studenti lavoratori, i più colpiti da un’impostazione della didattica che si sviluppa in tempi stretti e non offrono alcuna libertà di gestione allo studente, costretto a “rincorrere” gli orari delle lezioni e le date degli esami, con l’unica alternativa di diventare fuoricorso.
Rimandiamo alla lettura del documento scaricabile qui in formato pdf.
PER IL RIPRISTINO DELLE SESSIONI

Per lottare per un miglioramento delle condizioni degli studenti, è fondamentale partire da una critica completa al sistema formativo europeo per come è concepito, sempre più elitario e classista, volto allo sfruttamento degli studenti “manodopera” in un mercato del lavoro sempre più instabile e precario, senza offrire alcun incentivo alla crescita della capacità critica e di “contatto” con la nostra realtà sociale, culturale ed economica, relegandoci piuttosto in un eterno medioevo di nozioni sterili.

Sulla questione appelli si formerà una commissione tecnica (arriva un po’ in ritardo..) composta da rappresentanti degli studenti e professori che dovrà occuparsi dell’applicazione concreta della proposta.
Ricordiamo a questi signori che c’è una nutrita parte del corpo studentesco non disposta ad aspettaare lunghi tempi burocratici per vedere ripristinate le sessioni straordinarie, dopo anni di silenzio in merito.
Anche perchè il lavoro svolto dall’assemblea potrebbe aver svolto il grosso di cui avrebbe dovuto ragionare la commissione tecnica. Quindi i tempi permetterebbero di ripristinare le sessioni già dal prossimo aprile.

La lotta è appena cominciata.
L’assemblea pubblica permanente per gli appelli continua a riunirsi tutti i mercoledì alle 13 allo Spazio Di Massa Occupato.

Contro l’università europea
difendiamo i nostri diritti
lottiamo per le nostre necessità

+ APPELLI
- TASSE

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TANTI AUGURI A TE!

Nell’arco delle ultime due settimane di novembre, si susseguiranno una serie di iniziative all’interno delle diverse aule occupate della Federico II, tutte nate, a eccezione della a12 di via Marina, durante la mobilitazione studentesca del 2008. Queste aule sono luoghi dove da sempre si sviluppano dibattiti e discussioni riguardo l’università, ma non solo.
Tutte le iniziative giornaliere raccolgono e condensano in sé tutto il lavoro politico che gli studenti portano avanti giorno per giorno nelle diverse facoltà di questo ateneo e non solo ( anche gli studenti della sun prepareranno un’iniziativa sulla sanità in quei giorni).
Il 23 novembre allo Spazio di Massa occupato, nella facoltà di Lettere e Filosofia, si susseguiranno diversi momenti nell’arco del giorno: un contest artistico per ridipingere le mura dello spazio, un pranzo sociale, spettacoli teatrali, proiezioni sulla questione appelli e spazi inutilizzati, arrivando a toccare e ridiscutere assieme quella che è stata la giornata del 15 Ottobre. Sarà una giornata in cui dare espressione a tutte quelle attività che giorno dopo giorno caratterizzano questo spazio: ne sarà esempio lo spettacolo del “delirio creativo”, un esperimento teatrale d’improvvisazione che si tiene una volta a settimana nella palestra popolare Angela Davis; non solo, anche lo spettacolo “il salto” (sulla questione carceraria), che in queste settimane è ospitato da numerosi teatri della città, ha vissuto la sua costruzione anche attraverso questo spazio. Queste esperienze vanno di pari passo a quello che è il percorso politico portato avanti all’interno dello spazio, sono anzi espressione di questo stesso percorso. Questioni poi, apparentemente più vertenziali, come quelle riguardanti gli appelli e gli spazi inutilizzati, trovano piena espressione in un quadro quanto più generalizzante e includente, che è quello della riappropriazione dei nostri diritti; quadro che emergerà proprio dal contatto di questi “diversi” contenuti nella giornata del 23.

“chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso!”

ore 10:00 e per tutto il giorno
Contest di Writing & Proiezioni

ore 13:00 Pranzo Socialeore

ore 14:00 Spettacolo di Giocoleria

ore 15:00 Spettacoli Teatrali:
Il Salto
di Alessandra Suni
a seguire ..
Delirio Creativo

ore 16:30 Concerto:
Peppe Taranto
Zampanò Forti
Vincenzo Ippolito

The Rivati
in formazione acustica blues

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Assemblea pubblica con i lavoratori della SEPSA

Non fermerete la lotta…Potere a chi lavora
SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI DELLA SEPSA

Oramai da qualche mese gli utenti abituali di Cumana, Circumvesuviana e Circumflegrea si sono accorti delle enormi difficoltà affrontate nel raggiungere quotidianamente le scuole, le facoltà o i posti di lavoro di appartenenza. Le batoste subite dai trasporti sono state enormi: prima l’aumento delle tariffe, poi la riduzione delle corse, fino agli ultimi fatti di cronaca come i ripetuti guasti ai treni come l’esplosione del diffusore nella grotta di Cappuccini. Tutto ciò ha evidenziato ancor di più l’inefficienza del servizio.
In seguito a questa drammatica situazione del trasporto pubblico locale, a partire dal 2 novembre i lavoratori della Sepsa hanno deciso di dire basta a tutto questo! Visto il continuo rischio a cui vengono sottoposti loro e l’utenza stessa, si sono rifiutati di far uscire i treni dai depositi, essendo l’80% dei mezzi non sicuri per la circolazione e il trasporto. Le condizioni estreme in cui sono costretti a lavorare i dipendenti sono tranquillamente spiegabili osservando lo stato dei mezzi utilizzati: treni vecchi di 40 anni, spesso rattoppati utilizzando pezzi di scarto e treni “da scasso”, a volte riparati con i soldi usciti dalle tasche dei lavoratori stessi pur di poterne permettere il funzionamento.
La situazione del trasporto pubblico locale è ancora più grave. Il taglio ai finanziamenti previsto dalla regione a partire dall’aprile scorso ha portato un deficit di bilancio enorme con la conseguenza che i lavoratori questo mese non hanno ricevuto lo stipendio, dopo che già da tempo l’arrivo della busta paga veniva continuamente rimandato creando situazioni non facili. I fondi, vengono continuamente sottratti alle opere necessarie per la cittadinanza!

Il messaggio che mandiamo, chiaro e forte, è diretto a tutti coloro che usufruiscono quotidianamente dei mezzi pubblici: l’interruzione del servizio è stata portata avanti tutelando le condizioni di tutte le parti coinvolte, in particolare l’utenza, costretta a viaggiare su vetture totalmente inadatte al trasporto di studenti, lavoratori e disoccupati, che ogni mattina si recano nei propri posti di lavoro già spossati dalle inefficienze del trasporto pubblico. Il nemico, quello vero, sono le demistificazioni dei media e l’indifferenza di amministratori, assessori, consiglieri, tutti interni al fronte speculativo che i servizi pubblici rappresentano da più da un decennio.

A TUTTO QUESTO DOBBIAMO RISPONDERE CON LA COMPATTEZZA DELLE NOSTRE RIVENDICAZIONI, CHIEDENDO UN TRASPORTO PUBBLICO GARANTITO, GRATUITO PER LE FASCE MENO ABIENTI, E CONDIZIONI DI LAVORO MIGLIORI PER TUTTI I LAVORATORI DIPENDENTI DEL SETTORE!

GIOVEDI’ 10 ORE 10
ASSEMBLEA PUBBLICA, CUMANA DI FUORIGROTTA
AL FIANCO DEI LAVORATORI DELLA SEPSA

UTENTI E LAVORATORI DEL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE

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DOCUMENTO SULL’UNIVERSITA’……ovvero cerchiamo di capire qualcosa di questo “sistema formativo”

UNIVERSITÀ ITALIANA, STRATEGIA EUROPEA
strategia, processo, riforma… è questo il problema!

Sono anni ormai che vediamo susseguirsi un continuo di riforme, dalla Zecchino-Berlinguer alla Gelmini, tutte aventi lo stesso indirizzo, tutte proposte di applicazione di un’unica strategia europea. Facciamo riferimento al processo di Bologna, risalente al 1999 (preceduto dalla dichiarazione della Sorbona ’98) e alla strategia di Lisbona, formulata nel 2000 con applicazione decennale (tant’è che l’anno scorso è stata formulata la nuova strategia 2010-2020). il processo di Bologna prende, rielabora e impone il sistema dei crediti e la suddivisione degli anni di formazione in due cicli, questo attraverso l’elaborazione di concetti come mobilità, flessibilità di cui parleremo poi. La strategia di Lisbona, che si inquadra in un contesto ben più ampio, fa riferimento alla così detta “Europa della conoscenza”, sottolineando come centrale il ruolo della formazione all’interno del sistema economico. L’università diventa un polo centrale di applicazione delle strategie economiche della realtà europea.
Entriamo nel merito degli argomenti.

Cos’è il cfu, in che modo il concetto di mobilità gli si affianca? Cosa implicano il sistema del 3+2 e la formazione permanente? In particolare la riforma gelmini in che modo ha dato il via all’entrata di personalità esterne all’interno dell’università?

Un cfu equivale a 25 ore di studio… è alla base di un sistema di misurazione quantitativa che calcola scientificamente le ore di “lavoro” che devono essere impiegate nello studio; questo senza tener conto delle più svariate esigenze e necessità che lo studente vive, da quelle più impellenti, come il dover lavorare per mantenersi agli studi, alla possibilità comunque sia di gestire il proprio tempo e impiegarlo nel modo che si ritiene più opportuno. Lo studente entra in un meccanismo di produttività dove il famoso assunto segui-studia-fai l’esame trova la sua realizzazione. Per quanto riguarda la spendibilità del cfu a livello europeo, questo rientra nel concetto di mobilità. Il cfu permetterebbe di avere riconoscimenti esteri delle competenza acquisite nel proprio paese. questo oltre a non essere mai stato realmente applicato pone una questione… a chi e perché fa comodo avere una forza lavoro con competenze volutamente standardizzate e non realmente specializzate? Di certo non allo studente che dovrà adattare la propria formazione e il proprio lavoro ad un principio di flessibilità che giova solo ed esclusivamente al profitto delle varie imprese, che grazie all’applicazione delle strategie europee trovano terreno sempre più fertile all’interno dell’università.
Il sistema del 3+2 (triennale+”specialistica”) si inserisce perfettamente nel discorso che stiamo sviluppando. La triennale dichiaratamente, la specialistica un po’ meno non portano lo studente ad aver compiuto un percorso formativo che lo abbia portato ad una reale specializzazione: a questo ci penseranno i vari master, stage, corsi di formazione, tutti rigorosamente a pagamento. Qui bisogna soffermarsi su un’analisi che si evince da questo meccanismo. La sistematizzazione del sistema formativo universitario appone inevitabilmente un elemento di selezione di classe, laddove il sistema formativo garantisce solo sfruttamento per chi non potrà addurre al proprio percorso un’ennesima “qualifica” garantita da migliaia di euro. Seppur ti laurei, con tutte le difficoltà del caso, o sganci un patrimonio o se non ce l’hai ti aspettano ricattabilità e precarietà. Questo ci riporta a parlare di “formazione permanente” (long life learning), meccanismo entro il quale una volta entrati non si esce più… le qualifiche vanno continuamente aggiornate ed è giusto che tu sia sempre al passo con i tempi!
Negli ultimi anni, soprattutto grazie alla riforma gelmini, l’applicazione di questi processi è stata facilitata dal diretto coinvolgimento di personalità esterne all’interno degli organi decisionali, senato accademico e in particolare cda, che assume un ruolo sempre più centrale, essendo l’organismo che gestisce l’aspetto più direttamente economico.

Aziende e privati nell’università? No grazie!

Quando il padrone ci mette lo zampino..sfruttamenteo e precarietà!

“La Conferenza dei Rettori italiana ha firmato, nel mese di luglio 1993, un Protocollo d’Intesa con la Confindustria con l’obiettivo di fornire un quadro di riferimento e di sviluppare ulteriormente la cooperazione tra Università e mondo imprenditoriale[...]Il Protocollo mette in risalto, in particolare: la necessità d’individuare forme di raccordo e programmazione stabili tra Università e Industria a livello centrale, regionale, locale e/o settoriale;[...] Altri ambiti riguardano l’orientamento degli studenti e gli stages formativi in azienda.[...] In questo ambito Confindustria e Conferenza dei Rettori sottolineano la necessità d’investire maggiori risorse, sia da parte pubblica che da parte privata [...]”
(Protocollo d’intesa tra Conferenza dei Rettori e Confindustria Luglio 1993)

questo estratto fa emergere un dato ineluttabile, il progressivo consolidamento fra università e azienda, ma non chiarendo né specificando cosa questo legame comporti, né a chi giovi, né chi danneggi. Ci proviamo noi… individuato il sistema formativo come ambito di applicazione di strategie economiche europee, l’università diventa per l’azienda quel canale ideale attraverso il quale, con un potenziale immenso di forza lavoro, estrarre profitto praticamente a costo zero; scaricando i costi di formazione sull’università.
Le aziende entrano quindi nell’università, siedono nel CdA e prendono decisioni nel loro interesse. Accade già da qualche anno nel nostro ateneo come prevedeva il comma 1 dell’articolo 17 dello statuto, nel resto d’Italia con le modifiche del ddl gelmini (Il d.d.l. S.1905 – controllate), ed in ultimo il 18 ottobre 2011 la Federico II modifica nuovamente lo statuto favorendo l’ingresso dei privati nei consigli. Ed è cosi che stage, tirocini e tutto il mondo della ricerca è totalmente asservito alle logiche di profitto aziendali.

L’università è nostra!
scetammec uagliù

Quando parliamo di un momento di rottura dall’attuale sistema universitario, facciamo riferimento all’apertura di spazi e recupero di tempi che siano sottratti alle logiche produttivistiche dell’attuale sistema formativo.
Un tentativo di riappropriazione di un tempo e di uno spazio che siano slegati da questa logica di accumulazione e di mercificazione; un primo passo sono anche quelle battaglie che sembrano vertenziali, come l’aumento del numero delle sessioni di esami, ma che in realtà sono un concreto tentativo di miglioramento del nostro modo di studiare, e anche un primo modo per provare a dilatare quei ritmi e quei tempi che l’università così com’è ci impone.
Sono 10 anni che alcuni settori del movimento studentesco propongono un metodo di “lotta” chiamato auto-formazione. Questo metodo consiste nel dar vita a spazi didattici autogestiti che vivono di momenti di dibattito e di “didattica alternativa” riconosciuti però poi dall’ateneo con l’assegnazione di crediti formativi. Riteniamo questa pratica una contraddizione assoluta; se consideriamo il credito lo strumento nelle mani dell’università di mercificare il nostro essere e il nostro tempo, non possiamo proporre momenti di lotta poi riconosciuti e inquadrati all’interno di quella stessa logica, che va rifiutata.

Per noi l’impostazione data al sistema universitario non può essere riformata dal di dentro attraverso l’utilizzo dei suoi stessi strumenti; è un’impostazione che va scardinata. Gli studenti devono poter ripensare e proporre un’alternativa reale: aprendo, ad esempio, luoghi di confronto e laboratori politici, come le aule occupate veri e propri arsenali di idee e non di armi,come detto provocatoriamente da qualcuno, spazi entro cui i tempi permettono di poter sviluppare dibattiti e discussioni su tutto ciò che ci riguarda e non solo riguardo l’università.
Riappropriamoci dei nostri diritti e del nostro futuro, il momento è ora!

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COMUNICATO SUL 15 OTTOBRE A ROMA. BILANCIO E PROSPETTIVE DI UN CORTEO

Cerchiamo, con questo comunicato di dare una lettura nostra alla giornata del 15. L’analisi e le riflessioni che escono sono il frutto ragionato di discussioni con tutti quegli studenti che hanno condiviso questa giornata nella sua totalità e che come noi hanno sentito l’esigenza di confrontarsi e di dialettizzare le loro impressioni circa il corteo, sottolineando a piu’ riprese la necessità di cominciare un percorso di lotta all’interno delle facoltà e fuori per le strade per riappropriarci di ciò che è nostro.


“Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia.”
EL CHE.

Partiamo dalla necessità di estendere il dibattito oltre il becero dualismo tra vittoria o sconfitta che il 15 ha rappresentato e rappresenterà, per far in modo che dal ragionamento emergano, tanto aspetti di criticità sullo sviluppo della giornata; quanto l’analisi di alcuni dati oggettivi da cui la costruzione di un percorso di lotta reale non può prescindere.
Ci sembra che ciò che si è espresso con maggiore evidenza sia stata l’inadeguatezza del movimento, tutto, di canalizzare, sin dal principio, la rabbia e la radicalità delle persone e dei soggetti scesi in piazza verso un obiettivo preciso e condiviso. E questa lacuna di indirizzo della propria azione politica, è necessario dirlo con altrettanta chiarezza, non è figlia della giornata del 15, ma di tutta l’organizzazione che è derivata dai momenti preparatori del 15 stesso. E in ultima istanza quindi frutto di un più generale scollamento tra chi pretende di “gestire” la piazza e la piazza stessa.

A tal proposito abbiamo da fare alcune considerazioni.
Cominciamo dalle parole d’ordine. Dobbiamo purtroppo riconoscere che molte di quelle che, nostro malgrado, hanno finito per diventare caratterizzanti quella giornata, non sono per niente in grado di esprimere rivendicazioni che vadano nel senso di un avanzamento .
Su questo aspetto siamo consapevoli che un semplice comunicato non può pretendere di essere esaustivo di un ragionamento che necessariamente deve essere complessivo, ma ci sembra utile cominciare a porre alcuni elementi di critica, proprio perché legati alla nostra analisi sulla mobilitazione del 15.
Vorremmo soffermarci, anche se brevemente, sulla questione del “diritto all’insolvenza”, che ci pare una rivendicazione che inevitabilmente scivola in un’ottica statal/nazionalista, in cui per uscire della crisi sembra necessario appellarsi al proprio stato, di fronte all’ingerenza della cattiva finanza internazionale e degli altri cattivi Stati europei che vogliono costringerci nei parametri del debito zero. Assolvendo così totalmente i “padroni nostrani” dalle loro responsabilità e non immettendo nessuna prospettiva unificante per il proletariato europeo che sta subendo da decenni gli stessi attacchi!
A nostro parere, in quest’ottica, cioè quella dell’individuazione di un nemico chiaro, i padroni, e di una prospettiva, altrettanto chiara, da costruire, cioè l’unificazione internazionale delle lotte e della classe sfruttata, parlare di “noi il debito non lo paghiamo” è già un passo avanti purché si riesca a declinare in modo più specifico e analitico: questo debito non ci riguarda, non lo hanno prodotto i lavoratori e quindi non è sulle spalle dei lavoratori che deve gravare!
E’ responsabilità di chi detiene i mezzi di produzione, è responsabilità di chi, per il proprio esclusivo profitto, ha generato le attuali condizioni economiche sia a livello nazionale che mondiale.
Per cui l’unico aspetto del debito che ci interessa è la necessità di rispedirlo al mittente, affinché a pagare questa crisi non siano, come sta purtroppo avvenendo, i soggetti sociali più ricattabili e sfruttati (lavoratori, studenti, disoccupati, immigrati, etc.) e che l’unica rivendicazione reale, che ci appartiene, è la riappropriazione dei nostri diritti; riappropriazione che va dall’opposizione a queste manovre di lacrime e sangue, che trasformano diritti conquistati con la lotta in privilegi per pochi (pensioni, sanità, trasporti,istruzione, etc.); fino ad arrivare all’ormai cancellato diritto allo sciopero.

Assumere parole d’ordine di questo tipo, avallate, anche, dalle compagini istituzionali ed istituzionalizzate, il cui unico interesse è mantenere i propri privilegi di ceto politico, non ha fatto altro che accentuare la mancanza di una reale compattezza del movimento stesso. Così come affrettarsi a dire che bisognasse violare la zona rossa, che fosse necessaria una forzatura verso i palazzi del potere, affinché la rabbia esplodesse in modo significativo, ma soprattutto in modo comprensibile, non è sufficiente a valutare il problema. Dire la cosa più giusta non necessariamente mette dalla parte del giusto.
Certo crediamo anche noi che non aver cercato di raggiungere i cosiddetti “i palazzi del potere”; luoghi simbolo di quelle misure che peggiorano le nostre già disastrate condizioni di vita (dai tagli ad ogni residuo di welfare alle leggi che, sempre più, precarizzano la condizione lavorativa) rappresenti un paradosso, proprio perché quei luoghi erano stati individuati, dai movimenti di tutto il mondo scesi in piazza il 15, come obiettivo da colpire.
Riteniamo che il movimento debba essere in grado di praticare una reale autocritica su quanto avvenuto, senza incolpare qualcuno della mancata capacità di capire la cosa giusta da fare o dell’impreparazione dimostrata nel realizzarla. L’opportunismo di chi non voleva che il corteo raggiungesse il centro, era stato smascherato già da un mese; il tempo per provare a dare alle cose una direzione differente, esisteva. Dovremmo tutti chiederci con onestà cosa ognuno di noi ha fatto affinché si riuscisse a violare la zona rossa; fino a dove ci si è spesi per riuscire a determinare la piazza e le discussioni che hanno preceduto il corteo. In che modo ci si è preparati, in piazza e fuori, ad assediare i palazzi dei bottoni? Senza queste risposte si rischia di uscire dal terreno della politica.

Sottolineiamo questi aspetti perché crediamo che il 15 debba esserci d’insegnamento. E riteniamo che uno di questi sia che occorre un’assunzione collettiva di responsabilità per caratterizzare gli appuntamenti in termini differenti da quelli aconflittuali proposti dai soliti opportunisti.
Un altro elemento che crediamo vada assolutamente posto in rilievo, è quello della composizione sociale dei soggetti protagonisti di quanto avvenuto in piazza S. Giovanni. Una questione che ci sembra tenga banco, riguarda la gente che non ha capito il significato di quanto stesse avvenendo. Molti condannano le pratiche delatorie ma al contempo tendono ad essere comprensivi verso quei manifestanti “spauriti” verso ciò che stava accadendo.Quelli che a piazza san giovanni accerchiavano la gente per consegnarla alla polizia.al contrario, capivano benissimo quello che accadeva e hanno cercato di fare in modo che non accadesse. E tutto questo non perché non fossimo vicino ai palazzi del potere, ma perché gli si stava rovinando il LORO (così dicevano…) corteo… cioè un corteo pacifico e privo di elementi di conflitto. Questi infami non hanno nulla della gente normale, basti pensare che avevano tra le mani le bandiere di partiti vari. Molto più rilevante è il fatto che la resistenza nella piazza non è stata preparata né gestita, né prevista da nessuna struttura. E’ stato proprio in quell’incrocio prima di San Giovanni in cui si è determinato il seguito di tutta la giornata: una volta incanalati dalle cariche non si è potuto far altro che resistere, non far occupare la piazza da celerini e blindati, non far raggiungere il corteo dai caroselli di camionette pronte ad investire chiunque si fosse trovato davanti. E’ proprio in questo frangente che è importante esprimere la nostra rivendicazione, rivendicazione di chi di fronte a lanci di lacrimogeni CS, cariche, caroselli e idranti sparati contro la gente non ha indietreggiato ed ha resistito per ore con rabbia e determinazione.
La piazza ha esondato scavalcando assemblee, strutture e reti varie. Questo dato è forse il più rilevante perché dimostra nitidamente che il protagonista della giornata è senza dubbio un soggetto sociale giovanissimo, rapidamente proletarizzato e che non ha alcun legame, storico e politico con i partiti. Una componente della classe verso cui le strutture del movimento non dimostrano di sapersi, o volersi, rivolgere. Questa inadeguatezza non si colma con una ridefinizione linguistica, ma con un ripensamento politico dei nostri interventi complessivi.
La rabbia di chi ha resistito in quella piazza è manifestazione diretta di un malessere economico e sociale, che inevitabilmente si acuisce nei periodi di endemica crisi del sistema capitalistico, rabbia e determinazione a cui anche noi siamo tenuti a dare uno sbocco.
E’ in quest’ottica che riscontriamo una differenza sostanziale con il 14 dicembre 2010, laddove percorsi portati avanti da studenti, lavoratori e disoccupati, hanno riversato in Piazza del Popolo quella radicalità espressa nei mesi precedenti di mobilitazione; in quella giornata si è riusciti ad individuare un obiettivo, come il Parlamento, simbolica sintesi di tutte quelle logiche di profitto e sfruttamento protette e sostenute dal sistema politico.
E’ proprio l’origine, o meno, da un percorso di lotta reale che distingue queste due giornate di forte conflittualità e ribadisce che, lì dove esiste un percorso di rivendicazione strutturato, l’elemento opportunista viene più facilmente marginalizzato. Con tutte le contestualizzazioni dovute, i percorsi di lotta messi in campo sia a Terzigno, sia in Val Susa, sono ulteriori esempi di come le lotte popolari riescano, con un lavoro quotidianamente portato avanti, a vivere di una rabbia consapevole, che diriga la propria azione politica verso l’individuazione e il raggiungimento di obiettivi comuni, tramite esperienze e pratiche di lotta che diventano patrimonio della collettività.

Di fronte ad esplosioni di dissenso di questa natura e portata non ci stupisce la violenza con cui l’apparato repressivo si scaglia a difesa dell’ordine costituito. E lo fa con tanta brutalità non solo perché attraversiamo una fase di crisi in cui storicamente gli spazi di agibilità democratica si riducono; ma anche perché il rischio che si creino dei percorsi di lotta che mettano realmente in discussione il sistema socio-economico in cui viviamo, deve essere stroncato sul nascere.
Non è un caso che i media ufficiali portino avanti una campagna delatoria tesa a criminalizzare le lotte sociali e a eliminare quel sentimento di solidarietà di classe fra chi è oppresso ogni giorno. In quest’ottica la trita retorica dei “black bloc”,della divisione tra buoni e cattivi è sempre utile allo scopo e ha un obiettivo chiaro come il sole: sminuire la portata del conflitto e isolare chi vuole attuare pratiche di critica al sistema che vadano oltre i palloncini colorati che invadono la zona rossa. Assai meno comprensibile, per usare un eufemismo, è se un tipo di logica del genere si sviluppa, nello stesso modo, e per le stesse motivazioni, internamente al movimento.

A partire dagli elementi analizzati e dalle criticità emerse, riteniamo che il 15 ottobre debba essere considerato come un punto di partenza per delineare una prospettiva unificante per classe, necessaria prerogativa su cui costruire progettualità e percorsi di lotta reali contro il sistema capitalistico, fondato su sfruttamento e miseria.

Esprimiamo la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni vittime della repressione.

“ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto”.

a carlo

Studentifederico II.
Colletivo SUN Napoli

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